Il cessate il fuoco non basta.

Bassam Aramin palestinese e Rami Ehlanan israeliano, due uomini seduti l’uno accanto all’altro, ospiti in Gran Guardia il 20 ottobre 2024 (quando ancora il cessate il fuoco a Gaza era ben lontano dal realizzarsi) a Verona in occasione della Rassegna Poeti Sociali.
In un auditorium gremito di persone che ascoltavano ammirate dallo spessore anche poetico del racconto, i due padri hanno narrato del loro riconoscersi come esseri umani nel dolore comune della perdita delle loro rispettive figlie di 10 e 13 anni, uccise dall’odio del popolo dell’altra.
“Militanti”, se così si può dire, di una nuova Jihad necessaria, come Bassam e Rami l’hanno definita, la “Guerra Santa della Parola”, una guerra il cui nemico comune che unisce i due fronti sono le “forze che vogliono tenerci in silenzio e che si oppongono alla libertà di andare d’accordo” di due popoli ormai stremati e distrutti da una guerra che fonda le sue radici in una storica e profonda colonizzazione delle menti.
“Siamo tutti vittime di sistemi educativi che ci impediscono di conoscerci, che ci impediscono di riconoscerci come esseri umani”, alimentando la disumanizzazione sulla quale poggia la possibilità-necessità di annientare l’altro.
Il Parent Circle- Families Forum (PCFF), organizzazione no-profit di oltre 700 famiglie di vittime palestinesi e israeliane che hanno perso i propri familiari a causa del conflitto, fondata nel 1995 dall’israeliano Yitzhak Frankenthal, opera secondo il principio che un processo di riconciliazione è un prerequisito per raggiungere una pace duratura. Lottare contro il muro di odio che divide, odio al quale si sentono condannati e la cui unica via d’uscita, affermano, passa attraverso il saper “ascoltare il dolore dell’altro” e riconoscersi fratelli nel medesimo dolore.
Porre fine all’occupazione e raggiungere sicurezza per tutti non passa solo dal deporre le armi, ma da una decostruzione di menti profondamente colonizzate da una narrazione univoca e unilaterale volutamente alimentata da logiche sovranazionali la cui unica finalità è il dominio di queste terre e di chi le potrebbe, vorrebbe co-abitare in pace.
Aramin e Rami indicano una via di speranza percorribile: “lanciare le storie, come sassi contro il muro”, per far uscire pian piano la luce, “se noi non raccontiamo le nostre storie siamo condannati”, forse anche condannati a percorrere la via, molto umana, della vendetta.
“Le storie, le poesie possono creare una rete nel mondo”, responsabilità di tutti, ciascuno per sé, sta nello scegliere la potenza dell’ascolto, non per “essere d’accordo con chi non ci piace” come affermano i due padri, ma per conoscere.
Il loro racconto ha attraversato quindi l’importanza dell’Istruzione e dell’Economia per liberare i giovani: è fondamentale liberare i percorsi educativi e formativi dalle logiche tecnocratiche votate al profitto ad ogni costo ed è ugualmente fondamentale costruire un’economia di pace, un’economia che non uccide, che non produce guerra.
E chiude Rami Ehlanan con un appello che scioglie ogni malinteso: “non è essere antisemita essere contrari all’oppressione di un popolo e a far vivere un popolo senza diritti civili e democratici, tutto ciò non fa parte della della nostra cultura e religione ebraica. Se non vi credono dite che ve l’ho detto io!”.
cb

