Molto è stato scritto di questa produzione norvegese-palestinese che, nella notte tra il 2 e il 3 marzo scorso, ha meritato l’Oscar come miglior documentario.
Una vittoria, in questo tempo di grande sconfitta che la popolazione israelo-palestinese assieme all’Occidente tutto, sta attraversando in questi mesi di genocidio.
Sconfitta in termini di giovani vite umane, sconfitta nella distruzione del territorio e delle risorse, sconfitta dei valori di fondo che si credevano (in occidente) costituzionalmente inviolabili.
Sconfitta che si accomuna a quella di un altro conflitto a noi vicino: quello tra Russia e Ucraina.
I registi e protagonisti del film, Basel Adra palestinese e Yuval Abraham israeliano, hanno dichiarato (sia nel film che nel loro discorso alla notte degli oscar) quale sia l’altra e unica via alternativa alla guerra: una soluzione politica libera dalla supremazia etnica, con diritti nazionali per entrambi i popoli. “Non capite che il nostro paese sarà completamente al sicuro solo quando quello di Basel sarà completamente libero? Non capite che siamo legati gli uni agli altri? Che il mio popolo può essere davvero sicuro solo quando quello di Basel sarà sicuro e libero?”.
Pare che la fratellanza che abita questi due giovani giornalisti, come quella delle più di 700 famiglie di Parent Circle (associazione di famiglie israeliane e palestinesi di vittime del conflitto), stia mostrando al mondo un nuovo paradigma nella risoluzione dei conflitti, in cui la guerra è sempre più percepita come alternativa perdente, a conti fatti, per entrambe le parti in gioco.
Pare che, nonostante la violenza e la guerra abbiano ancora radici profonde nell’immaginario collettivo (e nell’economia globale), la violenza folle e i conflitti armati abbiano sempre meno spazio tra gli ideali condivisi delle nuove generazioni e prova ne sono le decine di migliaia di giovani disertori (mappati dai movimenti nonviolenti) che fuggono dalle zone di scontro delle guerre sopracitate, poiché uccidere il nemico, oggi, sembra non avere più nulla di eroico.
Sembrerebbe quindi che l’“economia affettiva” delle nuove generazioni, di cui questo docufilm è un prezioso seme, non preveda più la guerra come sistema né di difesa né di piacere.
La strada è lunga, e attenuare l’odio reciproco nel quale entrambe le popolazioni sono state cresciute ed educate, in un processo disumanizzante di colonizzazione delle menti, è una sfida politico-culturale titanica, sulla quale non ci si aspetta un ingaggio dei governi; tuttavia è un seme che merita di essere coltivato con cura e resistenza, non attraverso il reclutamento di giovani leve (né la né altrove), ma attraverso la costruzione e ri-costruzione di scuole, musei, teatri, università, ricerca.
CB

