
Statuetta in bronzo raffigurante due pancratiasti in lotta (II sec.a.C.):
a essi Socrate paragona gli eristi
Esortazione alla filosofia
di
Mariam Coly
ESORTAZIONE ALLA FILOSOFIA
INTRODUZIONE
I. PROTRETTICA
1 Primo discorso protrettico
2 In cosa consiste l’esortazione alla filosofia
II. ERISTICA
1 Somiglianze
2 Critica ai sofisti
3 Ignoranza
III. FILOSOFIA
1 Felicità
2 Condizione necessaria per filosofare
CONCLUSIONE
INTRODUZIONE
In questo lavoro mi concentrerò su una parte dell’Eutidemo, Il primo discorso protrettico, che si occupa dell’importanza della filosofia e di come tale importanza sia collegata alle virtù, al sapere e infine direttamente alla felicità. Vorrei analizzare l’importante esortazione alla filosofia da parte di Socrate, focalizzandomi sulle motivazioni per cui egli considera la filosofia di enorme importanza per il raggiungimento della felicità, provando così anche ad evidenziare come la filosofia socratica non si presti a essere automaticamente compresa, poiché si basa su un pensiero non sempre immediato e lineare. Di Socrate non abbiamo infatti nessuna opera, ma solo diverse testimonianze. L’intento è di concentrare la mia attenzione su cosa intenda Socrate per “filosofia” e come l’esortazione venga messa in atto in questo dialogo.
I. PROTRETTICA
1 Primo discorso protrettico
Nell’Eutidemo di Platone è centrale il tema della protrettica, analizzata dal punto di vista di Socrate. Tale protrettica vuole mostrare l’utilità della filosofia nella vita, a partire dall’educazione dei giovani. L’esortazione alla filosofia fatta da Socrate è argomentata soprattutto nel primo discorso protrettico, discorso su cui desidero concentrarmi in questa prima parte.
All’interno del dialogo, Socrate vuole esortare il giovane Clinia alla filosofia con l’aiuto di due eristi, Eutidemo e Dionisodoro, poiché ritiene che la filosofia rappresenti un aspetto fondamentale per i giovani e per la loro educazione nonché per il bene complessivo delle persone. I due eristi non ascoltano ciò che Socrate chiede loro di fare, non esortano il giovane Clinia alla virtù, e si prendono gioco dei diversi interlocutori, o meglio, fanno ciò che sono soliti fare i sofisti i quali sanno utilizzare al meglio l’arte oratoria fine a sé stessa. Proprio per questo Socrate interviene con il discorso protrettico, intenzionato a mostrare a Eutidemo e a Dionisodoro come questi dovrebbero fare per esortare alla filosofia. Socrate prende parola domandando a Clinia se secondo lui le persone provino il desiderio di stare bene:
«Tutti noi uomini non vogliamo stare bene? O questa domanda è una di quelle delle quali poc’anzi avevo timore che fossero ridicole? Di sicuro non ha senso fare domande come queste: chi degli uomini non vuole stare bene?» [1). Platone, Eutidemo, (traduzione di) G. Reale, Bompiani, Milano 2015; 278E ].
E poi, seguitando la dimostrazione, chiede: in che modo potremmo stare bene? La risposta comprende l’elenco dei diversi tipi di bene. Socrate sta qui affrontando un aspetto della vita che interessa indistintamente tutti gli esseri umani, lo stare bene, condizione che nessuno può ignorare perché è da considerarsi uno degli aspetti fondamentali dell’esistenza. Socrate non a caso sceglie un argomento che interessa universalmente chiunque. All’interno dell’elenco dei beni, Socrate inserisce anche la sapienza: «[…] ma alla sapienza quale posto assegneremo nel coro? La metteremo fra i beni? O come dici?» [2). Ivi., 279C] introducendo così l’argomento per lui essenziale, per arrivare poi a parlare di filosofia. Di seguito si affronta il tema della buona sorte, considerandola un altro bene, ma poi:
«Per poco tu e io non siamo diventati ridicoli di fronte a questi stranieri, figlio di Assioco».
«Perché dici questo?», domandò.
«Perché, dopo aver preso in considerazione nei precedenti discorsi la buona riuscita, ora parliamo di nuovo della medesima cosa».
«Perché dici questo?».
«È sicuramente ridicolo proporre di nuovo quello che è stato presentato già prima e dire due volte le medesime cose».
«Che cosa vuoi dire con questo?», domandò.
«La sapienza, risposi, è certamente una buona riuscita. Questo lo potrebbe sapere anche un bambino».
Egli rimase meravigliato. È ancora così giovane e ingenuo! [3). Ivi., 279D]
In questo passo assistiamo a una piccola dimostrazione di ciò a cui può portare la filosofia, in poche battute infatti si arriva a provocare la reazione della meraviglia. Socrate, dunque, esorta il giovane alla filosofia con la filosofia. In seguito, prende a fare degli esempi volti a capire se, in diverse situazioni, sia meglio affidarsi a un uomo sapiente o a uno “ignorante”, termine usato qui nell’accezione di non sapiente, ottenendo la risposta di Clinia, il quale dichiara che naturalmente è meglio la compagnia di una persona sapiente. La questione poi si concentra attorno alle seguenti domande: Si è felici, per i beni, se sono di vantaggio o anche se non lo sono? Se ne si fa uso in modo giusto o anche in modo errato? Arrivando così ad affermare che ciò che garantisce il giusto uso dei beni è la scienza che guida e dirige l’azione.
«Allora, per Zeus, dissi io, si ottiene qualche vantaggio dal possesso degli altri beni senza saggezza e sapienza? Un uomo trarrebbe forse giovamento dal possedere molte cose e dal compiere molte azioni senza avere intelligenza? Non gli converrebbe forse avere poche cose ma intelligenza? […]» [4). Ivi., 281C].
Socrate giunge così a mostrare l’importanza dell’intelligenza, cioè della sapienza. E in seguito ad affermare che la sapienza è un bene, al contrario dell’ignoranza, e che la filosofia può essere insegnata a tutti e per tutti può essere profondamente utile.
2 In cosa consiste l’esortazione alla filosofia
Nell’opera, fin da subito, si affronta il tema della virtù: «La virtù, disse, Socrate. Crediamo di essere capaci di trasmetterla meglio di tutti gli uomini e più velocemente» [5). Ivi., 273D ]. Questo lo asseriscono i due eristi che si proclamano maestri di virtù. Anche Socrate si interessa alla virtù, riferendosi alla filosofia. Socrate intende la virtù come “ἀρετή” (aretè), cioè come sintesi del modo ottimale di essere uomini, e quindi come modo migliore di comportarsi nella vita. Tradizionalmente la virtù veniva considerata come qualcosa di dato, ossia di garantito dalla nascita o dagli dei, mentre per Socrate, come anche per i sofisti, non è un dono gratuito ma una faticosa conquista, poiché l’essere pienamente e autenticamente uomini è frutto di un’arte che è la più difficile da apprendere ma anche la più importante. Socrate sostiene anche che la virtù è sempre “scienza”, cioè una forma di sapere, o un prodotto della mente. Quindi la virtù per Socrate è qualcosa che va quotidianamente coltivata.
Riprendendo l’Eutidemo, Socrate giunge ad asserire:«Perciò voi, dissi io, Dionisodoro, sareste, tra gli uomini di oggi, i più capaci di esortare alla filosofia e alla cura della virtù?» [6). Ivi., 275A].
Sin dall’inizio dell’Eutidemo risulta chiaro come Socrate, riferendosi alla virtù, la intenda strettamente legata alla filosofia, o meglio che dia per scontato che con la filosofia si insegni la virtù.
Abbiamo visto come per Socrate sia di grande importanza essere sapienti e come per esserlo in maniera adeguata sia necessario esercitare la filosofia, ma è bene ora concentrarsi anche sul modo in cui Socrate esorta alla filosofia. Socrate esorta i due eristi a non concentrarsi tanto sull’insegnamento della virtù, ma a dare una dimostrazione di scienza protrettica, cioè a invitare ad avvicinarsi alla virtù:
«Rimandate ad altra volta la declamazione delle altre cose, ma dimostrateci solamente questo: convincete questo giovane che si deve fare filosofia e prendersi cura della virtù, e farete cosa gradita a me e a tutti costoro.» [7). Ivi., 275A].
Il filosofo stabilisce così che nel dialogo non si parlerà di insegnare la virtù ma di invitare alla virtù. L’esortazione alla filosofia consiste proprio in questo invito a praticare la filosofia, la virtù, e alla cura di sé. [8). Cfr. L. Palpacelli, L’Eutidemo di Platone: un invito alla filosofia e alla virtù. Un dialogo protrettico sulla protrettica, Educação e Filosofia, Uberlândia, v. 31, n. 62 (2017): 865-908].
II.
ERISTICA
1 Somiglianze
La filosofia socratica somiglia, in alcuni aspetti, all’eristica: entrambi infatti utilizzano la confutazione, le antilogie, e l’ironia. È bene anche tenere presente che le prime testimonianze che abbiamo di Socrate vengono dalle commedie, tra le opere più importanti Le Nuvole di Aristofane, in cui si delinea la figura di Socrate come buffone. All’interno della commedia, infatti, Socrate è un insegnante e fa proprio dei discorsi tipicamente sofistici, incentrati sul discorso migliore e sul discorso più debole. Nella commedia Socrate appare come una figura un po’ ridicola, lui e i suoi allievi vengono visti come persone che si occupano di questioni inutili, critica, quest’ultima, posta da Platone anche nel dialogo dell’Eutidemo e rivolta agli eristi. [9). Cfr. M. Marin, I quattro volti di Socrate: il Buffone, il Cittadino esemplare, il Maestro, il Proteiforme, LAS, Roma, 2020]. Il tema del ridicolo attraversa l’intero Eutidemo: il fatto che gli eristi si prendano gioco degli interlocutori e che il pubblico attorno applauda e rida delle loro parole, creano un clima molto simile a una commedia. Ciò che distingue però la filosofia dall’eristica è la finalità, la filosofia ha come fine la conoscenza di sé, una dimensione quindi autoriflessiva, mentre l’eristica possiede più una dimensione dell’utile, del guadagno.
2 Critica ai sofisti
Platone, all’interno di quest’opera, attraverso la figura di Socrate cerca di criticare l’eristica e la sofistica. La figura del sofista viene criticata in molte opere di Platone, questi infatti non vengono considerati filosofi, ma criticati perché si dichiarano maestri di virtù facendosi pagare, criticati quindi perché vendono il loro sapere. La critica si rivolge anche al fatto che il sapere che affermano di essere capaci di insegnare è un sapere i cui contenuti non vengono specificati in maniera chiara, la stessa virtù che affermano di insegnare non viene da loro definita. All’interno del dialogo si rinvengono numerosi tentativi di critica verso i sofisti.
3 Ignoranza
Socrate prova grande avversione verso i presunti sapienti; nel dialogo lo troviamo insieme ai due eristi proprio per contrastarli e permettere di comprendere l’importanza della filosofia.
Socrate chiama questa presunta sapienza “ignoranza”, intesa non come l’assenza di conoscenza (ἄγνοια), ma piuttosto come “ἀμαθία” (amathìa). L’ἄγνοια (àgnoia) è un’ignoranza neutra e può essere colmata, mentre per la “ἀμαθία” (amathìa) c’è bisogno della confutazione socratica. L’amathìa è l’ignoranza, per Socrate, più grave, e la presunta sapienza consiste in qualche modo in una conoscenza scorretta riguardo a qualsiasi argomento, poiché con quest’ultima l’individuo è chiuso rispetto a ogni tipo di indagine, non approfondisce, non riflette perché pensa di sapere già. L’opinione di Socrate è che questo tipo di individuo, confrontandosi con la realtà, commetterà sempre gli stessi errori.
Nel dialogo si arriva anche ad affermare: «[…] nessuna delle altre cose è buona o cattiva, mentre di queste due, la sapienza è un bene e l’ignoranza è un male […]» [10). Ivi., Platone, Eutidemo; 281E].
L’ignoranza a cui allude Socrate non è tanto la mancanza di nozioni ma proprio l’amathìa. Questo è l’unico aspetto che di per sé è considerato un male per l’essere umano poiché, se presente, non è possibile filosofare, e quindi partecipare alla virtù.
III. FILOSOFIA
1 Felicità
La filosofia porta per Socrate alla felicità. Questo non solo perché, come si diceva precedentemente, è utile per essere uomini migliori, virtuosi. La filosofia, o meglio, la virtù secondo Socrate ha la caratteristica di essere unica, infatti le diverse virtù che si possono riconoscere altro non sono, secondo lui, che modi di essere al plurale di un’unica vera virtù rappresentata dalla scienza del Bene. Questa scienza è tale poiché rende gli uomini buoni e capaci di rendere buoni anche gli altri, per Socrate è solo questo che procura il vantaggio all’uomo di essere felice. La virtù socratica è un modo di essere che mira all’utilità e alla felicità. In questo senso la morale di Socrate è una forma di eudaimonismo (in greco “felicità”). L’eudaimonismo viene inteso proprio nel senso di felicità come scopo della vita. L’eudaimonia etimologicamente significa “essere in compagnia di un buon demone”, il demone è considerato un mezzo tra gli dei e gli uomini e ha il compito di guida per la condotta dell’uomo.
All’interno del dialogo, fin dal primo suo discorso protrettico, Socrate ricerca questa felicità. Inizia il suo discorso sostenendo che tutti gli uomini desiderano stare bene:
«[…]chi degli uomini non vuole stare bene?».
«Non c’è nessuno che non lo voglia», rispose Clinia.
«E sia, dissi io. Ma poi, poiché vogliamo stare bene, in che modo potremo stare bene? Forse se avremo a disposizione molti beni?» [11). Ivi., 278E-279A].
Prendono a ricercare diversi tipi di beni, come l’essere ricchi, avere una buona salute, essere belli, riconoscendo così come un bene anche la sapienza e la buona riuscita:
«Per Zeus, rischiamo di trascurare il più grande dei beni».
«Di quale bene?», domandò lui.
«Della buona riuscita, Clinia. Tutti, anche i più sconsiderati, affermano che è il più grande dei beni»
«Dici il vero», rispose [12). Ivi., 279C].
La buona sorte è un altro bene importante da considerare per la felicità. Socrate dichiara che anche la sapienza stessa è da considerarsi una buona riuscita. La buona sorte si può ottenere con delle buone azioni e con la sapienza, e, tornando a ciò di cui si parlava prima, con l’uso del termine “eudaimonia”, avere un buon demone può essere sinonimo di avere buona fortuna. Si arriva al punto di affermare che i beni, per rendere felici gli uomini, devono essere anche utili e bisogna farne uso in modo giusto, e si aggiunge che ciò che permette il giusto uso dei diversi beni è una scienza che guida e dirige l’azione; solo grazie alla sapienza si può agire, agire meno forse, ma in modo corretto e quindi sbagliando meno si agisce meno male e si è meno infelici [13). Cfr. Platone, Eutidemo, 278D-281C]. Si giunge così a superare l’idea di eudaimonia, della buona sorte, considerando la sapienza la cosa più importante:
«Alla fine, non so come, fummo d’accordo che, per dirla in breve, la questione sta in questi termini: quando c’è sapienza, colui che la possiede non ha nessun bisogno della buona sorte.» [14). Ivi., 280B].
In seguito la dissertazione continua con il secondo discorso protrettico in cui Socrate sostiene che la scienza è vantaggiosa non tanto se sa come produrre qualcosa, se poi non sa come usarla, ma se conosce come usare quello che produce: «[…] l’arte di fabbricare la cetra e l’arte di suonare la cetra sono ben diverse tra loro.» [15). Ivi., 289C].
Socrate e Clinia poi, per ricercare l’arte che porta alla felicità, indagano le diverse arti, prendono in esame l’arte di fare i discorsi, l’arte militare, per poi arrivare nuovamente alla conclusione che è la filosofia a condurre alla felicità.
In ultima analisi la filosofia porta anche al successo, lo stesso Socrate lo dice all’interno del dialogo, dopo aver affermato che è meglio avere la compagnia di una persona sapiente piuttosto che una ignorante:
«Dunque, la sapienza fa in modo che gli uomini, in ogni campo, abbiano successo? Infatti, la sapienza non può mai sbagliare in nulla, ma di necessità agisce in modo retto e ha buon esito, se no, non sarebbe più sapienza» [16). Ivi., 280A].
Infatti, oltre alla buona sorte, la sapienza può portare al successo e a ulteriore felicità. Socrate a tal proposito prende a esempio diversi uomini che, essendo sapienti in un determinato campo, naturalmente acquisiscono maggiore successo.
2 Condizione necessaria per filosofare
Per ultima cosa, dal momento che abbiamo visto che la filosofia è importante per la vita e per la felicità, vorrei soffermarmi sulla condizione che permette all’essere umano di filosofare e di prendersi cura della virtù.
La condizione necessaria per filosofare secondo Socrate è sapere di non sapere, mettersi cioè nella condizione di avere la consapevolezza di non sapere niente e, attraverso questa consapevolezza, può nascere il desiderio di conoscere, e quindi sapere, e di conseguenza si può fare ricerca e filosofare.
Socrate è il primo a dichiararsi “filosofo” e quindi etimologicamente “amante della sapienza”, amante del sapere che vuole ricercare; soltanto chi sa di non sapere, infatti, cerca di sapere, mentre chi si crede già in possesso della verità non sente alcun bisogno di cercarla. L’autentica sapienza, la filosofia, si identifica così con il desiderio del sapere, ovvero di qualcosa di cui si avverte la mancanza, come un vuoto da colmare, e che quindi diventa necessario ricercare. Socrate stesso è il primo a confessare di sapere di non sapere, questo lo spinge, nella sua ricerca, a mostrare anche agli altri che non sanno niente, andando perciò ad eliminare la loro amathìa con la confutazione.
Platone in molti suoi dialoghi, oltre alla confutazione socratica, fa mettere in atto a Socrate anche quella che viene chiamata maieutica; una volta che l’individuo, grazie all’aiuto del filosofo, si rende conto della propria ignoranza, Socrate lo aiuta a far nascere una personale verità, senza dunque insegnarne una propria che non è mai da considerarsi verità assoluta.
Senza attuare la ricerca del sapere, il vuoto che si ha dentro di sé non verrà mai colmato. Questa non è semplicemente la condizione per filosofare secondo Socrate, ma la condizione, unica e importantissima, per raggiungere la vera felicità, il vero bene.
Lo stesso intento di Platone nell’Eutidemo, mettendo all’interno del dialogo diversi sofismi, è un intento protrettico rivolto proprio al lettore, e i sofismi possono essere considerati degli esercizi. [17). Cfr. L. Palpacelli, L’Eutidemo di Platone: un invito alla filosofia e alla virtù. Un dialogo protrettico sulla protrettica, Educação e Filosofia, Uberlândia, v. 31, n. 62 (2017): 865-908].
CONCLUSIONE
La mia intenzione è stata di cercare di comprendere approfonditamente l’importanza della filosofia secondo il punto di vista di Socrate, analizzando in particolare il primo discorso protrettico all’interno dell’Eutidemo, per poi cogliere l’idea di filosofia socratica e osservare le differenze con l’eristica e le critiche riportate da Platone. Mi interessava analizzare come Socrate mostrasse ai due eristi come procedere, sollecitandoli ad abbandonare l’arte eristica che, sempre secondo Platone, non conduce a nulla, dal momento che le tesi e le parole usate risultano avere tutte un po’ il medesimo valore dal momento che non tendono a dimostrare come raggiungere l’intento, ma risultano svuotate di significato, seppure argute, e incapaci di portare ad alcunché di utile e, nello specifico, inadatte a condurre Clinia verso la filosofia.
Mariam Coly

