“Canta, Cantastorie, canta ora, per chi si innamora, per chi lotta e per chi lavora”…
E sono state proprio le Storie ad essere le protagoniste del V Sabato del Villaggio di PiroMaCogno e NihilK, storie provenienti da una terra, la Sardegna, da sempre tormentata dal susseguirsi di invasioni, dominazioni e sfruttamenti e che ha pertanto generato nelle sue viscere semi di resistenza al dominio, le cui vicende non sono mai (ovviamente) entrate nella Storia e proprio per questo meritevoli d’esser narrate.
Storie di riti e miti ancora oggi vivi e sentiti nella penisola del Sinis, dove ogni anno, il primo weekend di settembre, si tiene la Corsa degli Scalzi, partecipata da quasi un migliaio tra uomini, donne, bambini e bambine, tradizione che richiama e tiene viva la resistenza non violenta della popolazione locale all’invasione dei pirati mori saraceni e il salvataggio della statua del San Salvatore, avvenuti nel 1619. Sette chilometri all’andata e sette chilometri al ritorno da Cabras a San Salvatore vengono percorsi ogni anno a piedi scalzi da 14 gruppi maschili e 14 gruppi femminili a loro volta suddivisi in mute di portatori e portatrici della statua del Santo. Si narra che in quella notte del 1619, all’arrivo dei pirati mori armati, la popolazione locale disarmata abbia disorientato il nemico, legandosi ai piedi delle frasche e sollevando così un polverone simulando l’arrivo, dietro le colline, di un grande esercito e incutendo così timore agli aggressori che se la diedero a gambe riprendendo il mare. L’ingegno non violento ha salvato la gente del Sinis dalla schiavitù dei saraceni, e a noi piace concordare con la versione di alcuni antropologi che diedero questo merito alle donne del paese, le quali “fecero uno spolverone salvando il Santo” mentre i loro uomini si affannavano combattendo in netta minoranza. Comunque sia, la Corsa degli Scalzi sopravvive tutt’oggi, è sentita e tramandata dalla gente del posto e resiste alla commercializzazione turistica, mantenendo così vivo il senso di sacralità di quella vittoria sull’invasore moro di cui le genti di Cabras e San Salvatore vanno giustamente orgogliose.
Sono seguite poi storie di resistenza armata, come quelle di Donna Lucia Delitala Tedde, nobildonna di Anglona e di Gallura che, guidando con un gruppo armato, dava la caccia ai piemontesi “portandosi dietro un giudice e una ghigliottina”; Maria Antonia Serra Sanna “Sa Reina di Nuoro”, cervello femminile di una banda di banditi maschi, che dirigeva le faide e portava approvvigionamenti ai banditi nei boschi; infine Paska Devaddis “la vergine” morta nei boschi a 25 anni, le cui spoglie furono restituite alla famiglia rispettando la sacralità della morte, poiché eravamo in un tempo, oggi smarrito, in cui, anche in battaglia, vigeva un senso di onore. Tre banditesse quindi che dal ‘600 al ‘900 scelsero di resistere con le armi alla sequela centenaria di violenze sulla propria terra e sulla propria gente da parte degli usurpatori istituzionali di diverso colore e provenienza.
E per finire, la storia di una bambina tra l’immaginario e il reale, una delle tante vite umane innocenti, le falene delle gallerie, spentesi nelle miniere di zinco e calamina nella zona del Sulcis Iglesiente a metà del 1800, quando entró in terra sarda l’oppressore per eccellenza: lo sfruttamento della terra in nome del dio denaro.
Una mostra fotografica in un impeccabile bianco e nero; alcune letture con il coinvolgimento del pubblico; un docufilm girato tra Buggerru e Nebida, dal titolo Su Scafoni; armonie di arpa e voce provenienti dal viggianese, dal Veneto e dall’Irlanda, i mezzi del nostro filó.
Un narratore d’eccellenza e un’arpista d’eccezione i Cantastorie.
Giulio Spiazzi, fotografo, giornalista e reporter internazionale, accompagnatore di scuola libertaria, filosofo.
Roberta Pestalozza, musicista, insegnante e ricercatrice arpista, maestra dell’arpa celtica diatonica.
Ma anche Sebastiano Effe e Francesca Molle, suoni e voce narrante di Su Scafoni…quattro artisti che hanno intrecciato immagini, suoni, musiche e parole, alla stregua di quella “colonnella che muove le dita e ricama fili con la Libertà”.
Grazie ai nostri ospiti per le emozioni intense, per aver cantato di “gruppi umani che resistono alle globalizzazioni” d’ogni secolo, alimentando in noi presenti lo spirito di una resistenza sempre più necessaria anche oggi per poter restare umani.

